Dario Montoro

Durante gli anni ’80 anche Salerno, sull’onda della musica che qualche anno prima si iniziava a produrre in Inghilterra e Stati Uniti, visse la sua stagione Punk-New wave dando vita a una scena e a una serie di live che non avevano molto da invidiare alle città italiane più grandi. Uno dei protagonisti di quel periodo che ha accettato l’invito a raccontare la propria esperienza è Dario Montoro. Personaggio eclettico e grande affabulatore, inizia la sua avventura nella seconda metà degli anni ’80, vivendo in pieno quella stagione e riuscendo a tuffarsi nelle esperienze più varie, dalla musica, alle performance, al teatro.  Lo incontro casualmente mentre, in compagnia del suo nuovo, giovanissimo batterista, propone agli amici “Circe”, ultimo lavoro a nome Bloom uscito nel 2018.  Ne prendo una copia e rientrato a casa ascolto il cd che trovo davvero ben fatto (di recente la rivista Blow Up ne elogia il songwriting). Il suo modo di cantare e il minimalismo degli arrangiamenti mi riportano subito indietro nel tempo quando da ragazzo ascoltavo cose simili. Qualche tempo dopo lo ricontatto per proporgli l’intervista. Dario racconta la sua vita come se stesse scrivendo un pezzo nuovo. In fondo, come dirà più avanti, è esattamente questo il suo approccio alla scrittura: lasciar fluire le parole e poi magari scoprire soltanto alla fine quale significato rivelano.

Ci accomodiamo in un  locale della zona orientale e presto scopro che Walter, il gestore, ha fatto parte per un breve periodo di uno dei gruppi di Dario.  Prendiamo qualcosa da bere e subito dopo iniziamo la nostra conversazione.

Sarà stato il capodanno del 1985, anno più anno meno. Allora ero ancora vestito carino, perfettino, ma avevo i capelli lunghi. Per strada incontrai degli amici che mi invitarono a una festa e lì conobbi Tommaso Capuano. Mi ritrovai in un ambiente che mi piacque subito. Il colore predominante dell’abbigliamento era il nero e tutti emanavano un grande fascino.  Credo che in quel contesto sia iniziata la mia trasformazione. Non ricordo bene come andò ma mi ritrovai poco  tempo dopo a prendere il posto di Tommaso nei Wig Wam gruppo New wave con Maurizio Milione (chitarra), Antonio Fiorillo (basso) e Roberto Figliolia (batteria). All’epoca scrivevo in inglese ma il gruppo non durò molto.

Più tardi formai gli Psycho Noises in cui cantavo e suonavo la chitarra mentre al basso c’era Biagio Caravano e alla batteria Angelo Melle. Iniziammo a suonare anche fuori Salerno realizzando un demo su cassetta. Uno dei primi concerti fu nella sede del P.C.I. a Vietri sul Mare. Durante il live scivolai all’indietro sulla batteria rischiando grosso. Il pubblico pensò che l’avessi fatto volontariamente e si esaltò per la mia “performance”! Poi fu la volta del Riot e in altri quartieri di Napoli. Una volta la nostra manager di allora, Paola Biato, chiese ai gestori di pagarci prima del concerto… visto l’ambiente aveva paura che andasse a finire male!

A Roma invece al Blitz ci ritrovammo in un locale completamente vuoto. Il gestore ci disse che in concomitanza c’era un comizio di Cicciolina e che, appena concluso, i ragazzi avrebbero riempito il locale. Fu così. Dopo il concerto fummo ospitati in una meravigliosa villa ai Parioli… insomma ci divertivamo. Andammo poi a Melpignano dove ci scelsero per  rappresentare la Campania in una rassegna indetta dalla rivista Mucchio Selvaggio.  Da quel momento però iniziammo a montarci un po’ la testa e decidemmo di rifiutare delle date per suonare solo in contesti di un certo tipo.

Che successe subito dopo?

Abbandonai il gruppo e decisi innanzitutto di cantare in Italiano formando i Rumori Psichici con Marco Valiante alla chitarra, Sisio Castaldi al basso e il ritorno di Angelo Melle alla batteria dopo aver sperimentato per un periodo quella elettronica. Ero  da poco tornato da Firenze dove un amico mi aveva portato alle Cascine a sentire i C.C.C.P.  All’epoca erano forti. Un altro gruppo che amai subito furono i Diaframma di Miro Sassolini. Tornai a Salerno con una carica in più. Qui la situazione era paragonabile davvero al medioevo ma riuscii di nuovo a coinvolgere le persone giuste per continuare a fare quello che volevo: la mia musica e scrivere i miei testi. Non passò molto tempo che il gruppo si sciolse. Alcuni partirono per il militare. Una costante nella mia vita! Io intanto in un brutto incidente d’auto mi spaccai la faccia, se guardi bene puoi vedere ancora le cicatrici della ricostruzione.

Tempo dopo mi ripresi e incontrai Peppe Citro, batterista. Ritornò anche Maurizio Milione alla chitarra e sempre con Sisio al basso nacquero i Linfa. A giugno del 1997 ci fu l’esordio a Largo Campo nel centro storico di Salerno, un grande concerto organizzato dal comitato studentesco. In quell’occasione presentai anche un mio cortometraggio “Bim, Bum, Bam”. Ci invitarono a suonare a Bologna offrendoci un cachet da un milione e mezzo di lire ma dovemmo rifiutare perché non avevamo la partita Iva. Questo per dirti quanto è complicato a volte voler essere musicisti nel nostro paese. Con i Linfa pubblicammo anche un cd ma purtroppo poco dopo il gruppo si sciolse per impegni di lavoro di alcuni membri.

Insomma devi ricominciare da capo.

Sì. E cosi nascono i Trofimovic con Maurizio Milione (chitarra) Remo Siniscalchi (basso) e in un primo momento Walter Mandato alla batteria sostituito in seguito da Raffaele Orilio che ci stava facendo da manager. Il nome lo presi da uno dei protagonisti de “I Demoni” di Dostoevskij: l’antieroe che ha paura anche della sua ombra. Mi piace l’antieroe che mente per paura, dentro di lui si scatena di tutto. Se si tirasse fuori così la propria paura si produrrebbe un suono tremendo che cancellerebbe la vita dalla terra. Si diventa antieroi perché non si riesce a superare questa paura. Non è vigliaccheria ma paura che questo suono coinvolga tutto. Si trema in diversi modi, ma quando viene da dentro è energia. Se liberi questa energia non sai cosa succede. Non liberandola questa energia ti fa nascere il sole dentro. Tutto si muove dentro. Di base dentro c’è il male, abbiamo il male, perché siamo all’apice della catena alimentare. Il primitivo doveva sopravvivere noi dobbiamo distruggere.

Comunque, tornando alla musica, ci ritrovammo al Cellar Theory a Napoli per aprire un concerto dei No Tears, un gruppo francese. Dopo il concerto il gruppo mi invitò a suonare nel loro nuovo disco. Passò un po’ di tempo, io me ne ero anche dimenticato. Poi mi chiamarono davvero e mi fecero registrare. Mi mandarono il vinile con i ringraziamenti. Era il 2000 e ci invitarono a suonare a Parigi e a Bruxelles, ma c’erano problemi con i ragazzi. Ci invitarono anche a Monaco ma le richieste che facemmo furono eccessive (aereo, albergo ecc.) e non se ne fece niente. Preferivano darci un cachet dignitoso ma non le spese. A quel punto Maurizio Milione per motivi personali abbandonò il gruppo e la storia finì. Del periodo  Trofimovic resta il cd “Atto I”.

Niente da fare… la storia si ripete. Se non sbaglio hai fatto anche altre esperienze al di là dei concerti live. Di cosa si trattava?

Al tempo dei Linfa avevamo collaborato con Alfonso Amendola dell’Università di Salerno che gestiva il collettivo FrameDada. Io avevo realizzato un video sulle trappole per scarafaggi, una specie di finta pubblicità. La cosa piacque molto ed ebbi anche i complimenti di vari professori. Insomma ritrovai Amendola che stava preparando uno spettacolo su Artaud e ascoltando i pezzi che stavo realizzando con Raffaele Figliolia, cose abbastanza improbabili da cui non sapevamo bene cosa tirar fuori, ci invitò al Marte di Cava de’ Tirreni per inserirli in un contesto teatrale. Le prove le facevamo nella mia stanza. Quando si avvicinò la data ci chiedemmo come allestire la scena. Dissi ai ragazzi “Ma fino ad ora dove abbiamo suonato? Nella mia stanza. Portiamoci la stanza in scena”. La gente del condominio dove vivevo pensava che stessi traslocando. Portai tutto, mobili, tavolo, sedie e perfino il letto.

Sul palco replicai la mia vita: un uomo in giacca e cravatta si ritira dal lavoro, si sveste e resta in pigiama e pantofole. Poi apre la bottiglia di vino e va alla macchina da scrivere. Quando arriva il momento di suonare mi alzo, vado al microfono e aggredisco. Finisce la musica, mi metto al letto e mi addormento. Ricordo che ci furono 5 minuti di applausi.

Qual è il tuo approccio alla scrittura dei testi?

Partiamo dal cantato. Avendo un tono molto basso difficilmente mi si poteva accostare a qualcun altro. Per le tematiche dei testi invece ho sempre cercato di diversificare. Scrivo in un modo che fa sembrare tutto astratto ma è solo un’angolazione diversa. Una persona la puoi guardare dall’alto, dal basso, a me piace farti capire le cose in modo enigmatico, inoltre non mi piace la politica nella musica. Puoi esprimere un pensiero ma senza ideologia, deve restare personale e non collettivo, ha a che fare con l’osservazione personale. Col tempo, scrivendo,  mi incuriosivo sempre di più alla mia scrittura a raffica. È come assentarsi e lasciar scrivere un’altra persona.  Quello che viene fuori però si incastra perfettamente nella musica. Non ho dubbi sul fatto che un testo venga prima della musica, almeno questo è il mio personale modo di lavorare. L’eccezione può essere un riff di chitarra da cui prendere spunto per tutto il resto, ma accade raramente.

Salerno negli anni ‘80, quali sono i tuoi ricordi?

Ci si vedeva sul lungomare, la sera era completamente buio, le panchine distrutte. Le nostre erano quelle di fronte al Bar Nazionale, dove c’era scritto New Wave. In quel bar ci si ritrovava sempre, mattina e sera, lì ci siamo formati anche culturalmente con le  storie di anziani o di tossici. Salerno era davvero una città di frontiera. Grazie all’Erasmus iniziammo a frequentare ragazzi di altre nazionalità. Ricordo che una volta rubarono la chitarra a un ragazzo spagnolo che si era addormentato su una panchina. Facemmo una colletta per ricomprargliela. Ci passavamo notizie su locali che facevano musica e si seguivano le band degli amici durante i concerti. C’era un movimento forte, animato e deciso ma anche allora c’era chi andava ai concerti solo per finirsi qualche bottiglia di vino e non se ne fregava niente della musica. Oggi magari ci vanno con i cellulari per farsi le foto. Anche alla Scala di Milano vanno solo per far vedere la pelliccia. Siamo tutti esseri umani nell’esercizio delle proprie funzioni o… disfunzioni!

Insomma c’era di tutto, ragazzi vestiti in modo assurdo, le creste altissime, capelli colorati. Spesso si veniva cacciati di casa ma trovavi l’amico che ti ospitava e se ti cacciavano anche da lì si dormiva insieme alla stazione, il malessere in fondo, quando lo condividi, fa meno male. Questo malessere però ci rendeva unici e volevamo esprimerlo esteticamente. Non esisteva solo bianco e nero ma tante sfumature e in molti cercavano quella che faceva più al caso suo. Io mi confrontavo con quelli più grandi, con Ugo Scoppetta degli Spleen Fix che era un vero riferimento, o Filippo Paolucci, bassista di Ugo.  Mi sentivo come un figlio per loro. Quando Ugo spiegava qualcosa a qualcuno, se l’altro non capiva, mi chiamava e diceva “Dario, spiega al signore cos’è questo…”. Nel ’79 suonava già il punk, poi aveva avuto a che fare con Autonomia Operaia e aveva una grande cultura. Era affascinante. C’era poi Michele Di Stefano dei Voices, che mi sembrava più introverso ma con una grande cura nel vestirsi e più silenzioso…

Ti è costato molto non essere riuscito ad arrivare più in alto? Hai avuto buone recensioni, hai suonato in tanti contesti, hai avuto varie possibilità ma…

Non mi sono mai saputo vendere. Ero così concentrato sulla musica che avrei avuto bisogno di qualcuno che si occupasse del resto. In fondo sono ancora come un bambino abbandonato. Io facevo l’amore, sì, la musica era come fare l’amore e quando fai l’amore pensi solo a quell’istante…  Però sono contento. Ho fatto cose che ricordo con piacere, come suonare con Lanterna, il progetto di Henry Frayne, uno dei chitarristi più importanti dell’underground americano, o aprire il concerto degli Ulan Bator. Certo mi è pesato dover lavorare e non suonare soltanto però certi compromessi per suonare non li avrei sopportati. Anche nel primo disco dei Bloom ho accettato consigli, sono sempre disposto ad ascoltarli,  ma alla fine devo arrivare a qualcosa che conosco già interiormente. Io aspetto la carta giusta, non quella che esce subito,  ma  quella che sai aspettare e che prima o poi viene fuori. Altrimenti il mazzo è truccato e mi sto prendendo in giro. È quello che succede quando cerchi il tuo suono, cosa fondamentale. Una volta suonavo la chitarra ma adesso suono il basso. Per l’ultimo disco c’è voluto molto tempo per trovare il suono di basso che volevo. Ho dovuto fare uno studio scientifico. Alla fine ho utilizzato uno strumento che aveva due scale diverse di corde: una per il Mi e il La e l’altra per il Re e il Sol.

Hai appena parlato dell’ultimo disco “Circe” uscito nel 2018. Il nuovo gruppo si chiama Bloom. Come nasce la tua ultima avventura musicale?

Se continuo a fare ancora musica lo devo a Luca Sanfelice, il figlio della mia compagna. Luca è un ragazzo che ha sempre combattuto. Ha una grande caparbietà che gli ha fatto affrontare e superare molti ostacoli. Ha iniziato a suonare la chitarra e poi è passato alla batteria.  Abbiamo iniziato per gioco: chitarra acustica e cajon. Sono tornato a suonare in acustico come quando avevo l’età che aveva Luca quando l’ho conosciuto. Dopo aver scritto qualche pezzo nuovo li ho fatti ascoltare a Raffaele Figliolia che ha inserito la sua chitarra. Poi ci siamo amplificati  e abbiamo iniziato a usare gli effetti su una chitarra classica. Luca intanto iniziava anche  a cantare e a sperimentare la chitarra con accordatura aperta mentre Raffaele utilizzava la tastiera. Io ho iniziato a suonare il basso e addirittura sono riuscito ad arrangiare un pezzo dei Linfa che non ero mai riuscito a chiudere. Il pezzo è “Oscillazione” che abbiamo messo sul nuovo disco. Pubblichiamo anche un altro pezzo inedito “Il prossimo profeta” scritto al tempo dei Linfa. Altra bella cosa è che “Il buio”, il primo pezzo del cd, l’ha scritto interamente Luca. Con gli anni è difficile mantenere l’entusiasmo quando non hai il riscontro che credi di meritare ma le cose che ti ho appena raccontato me l’hanno fatto ritrovare. Il signor Bloom si è messo in cammino e credo che presto avrà altre cose da dire anche a teatro. Un’ultima cosa: oggi posso addirittura dire di essere felice!

 

Discografia:

1987 demo, Psycho Noises “Live at Pompei”, registrato dal vivo in una discoteca a Pompei chiusa dalla polizia la sera stessa per disordini.

1997 demo, Linfa, “Linfa”, recensito su rockerilla (luglio 97).

1999 cd, Linfa, “Abrasione”.

2009 cd, Trofimovic, “Atto I” Note volanti records.

2018 cd, Bloom, “Circe”, recensito su Blow Up (febbraio 2019)

 

A cura di Mauro Leone

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