Un tè a casa di Halima

Il vento agitava leggermente il cancello fatto con foglie di palme essiccate. L’aria era satura di sabbia ed all’orizzonte trapelava un alone giallognolo con dietro delle nuvole che facevano sperare in qualche sollievo di pioggia. Nella regione di Taghjit pioveva di rado e c’era da stupirsi del fatto che a giugno ancora ci fossero erbe e fiorellini lilla che sbucavano tra le pietre del deserto. Era la notte che li aiutava a crescere, regalando nella valle tanta rugiada. Essere invitati a  casa di una famiglia Sarhawi era stato un vero onore per me. Aveva un grande significato  perché  sapevo che era sacro l’ospite, più di ogni altra cosa, e perché conteneva in sé il desiderio di farmi essere parte del loro mondo e delle loro esperienze. Ho conosciuta Halima durante una traversata con una carovana di libri che si era spinta nelle scuole a sud di Agadir, nell’oasi di Taghjit, nella provincia di Guelmin, non tanto lontano dal confine con Algeria e Mauritania. All’inizio non avevo badato a lei. Eravamo presi durante quei giorni dagli incontri con i ragazzi e i professori nelle scuole. Ci alternavamo a vari convegni tra i notabili del posto con gli immancabili e lunghi pranzi marocchini. Avevo fatto caso solo vagamente a questa donna minuta che intermediava con i ragazzi. Ricordo che indossava delle tuniche stupende, e che a differenza delle altre, erano colorate e avevano stampe floreali. Lei si muoveva con estrema grazia e sembrava quasi che danzasse. Rideva in modo sommesso e spesso abbassando la testa, come per pudore o per voler nascondere un eccesso. Fu in occasione di una sosta che facemmo nella vallata presso il laboratorio artigianale della sua famiglia che compresi la levatura e la grandezza di Halima. Ci lavoravano solo le donne di casa, tessevano al telaio di tutto: arazzi, tappeti, borse. La linea dei prodotti era diversa da quelli che si vedevano nei suq in città.

La straordinarietà stava nel fatto che tutto era a gestione femminile, dalla produzione alla vendita, cosa insolita in un paese musulmano come il Marocco, dove persistono ancora retaggi e pregiudizi a favore degli uomini. Lei e la sorelle si erano lanciate tra l’altro da poco anche nella lavorazione delle pale dei fichi d’India, che abbondavano nella regione, da cui ottenevano tutta una serie di prodotti cosmetici. Nel condurci nelle varie stanze e nel mostrarci come lavoravano le materie prime in tutte le loro fasi, notai l’autorevolezza di questa piccola donna che con la solita soavità si spingeva in avanti e sorridendo ci mostrava il tutto. Mi rendevo conto delle difficoltà che vivevano nell’affrontare un territorio così aspro e cosi isolato, ma sopratutto di cosa avesse significato volersi mettere anche contro un altro mondo, altrettanto ostile, come quello maschile. Era così diversa dalle altre donne che avevo conosciuto nelle città più grandi. Lei e le sorelle vestivano con delle lunghe tele colorate che risaltavano tra i colori delle crete delle case. Tutto in loro richiamava ad una fiera allegria, quel tipico stato d’animo che hanno le persone che a fatica raggiungono un traguardo e che sanno che è altrettanto faticoso mantenerlo. Ero felicemente stupita da questa operosità. Uscii all’esterno del laboratorio, davanti a me c’era  la distesa infinita della valle. Un leggero vento sollevava la sabbia, un uomo era seduto dall’altra parte della strada, immobile come in trance ed in lontananza un altro vagava solitario, apparentemente senza meta. Mi trovavo catapultata come in una scena del film Bagdad Cafè. Sentii avvicinarsi  Halima, mi osservava. Aveva compreso il mio smarrimento. Lei intuiva lo stato d’animo di una donna, proveniente da una società piena di sovrastrutture, che subiva il fascino di un mondo apparentemente immobile e più semplice, ma che conteneva nel suo silenzio un linguaggio, il più antico che ci possa essere. Halima posò una mano sul mio braccio e con la sua tipica grazia mi invitò a prendere un tè a casa sua nel villaggio.

Fu così che mi ritrovai davanti al cancello dalle palme intrecciate della loro abitazione in quel lungo pomeriggio di giugno immerso in un profondo silenzio squarciato solo dal canto disperato delle cicale. Mi venne incontro con un sorriso divertito e burlone Fatima, la sorella più grande di Halima. Probabilmente era incuriosita da me e dal mio strano modo di parlare francese. La loro dimora era una costruzione abbastanza recente, anche se già invecchiata dal clima torrido. Aveva un enorme giardino disseminato di piccole palme e di altrettanti lavori fatti con i fusti di palme cave da cui il fratello ricavava fantasiosi oggetti. Mi si fece avanti una donna alta e con un volto più segnato, era la seconda moglie del padre. Mi spiegò le attività che facevano nel giardino, cercando di dare un ordine alle cose.  Aveva un atteggiamento regale ed al tempo stesso assumeva un tono ossequioso nei miei confronti per farmi comprendere l’onore che provavano nell’avermi come loro ospite. Una voce ci chiamò da dentro casa e cosi entrammo. Mi venne incontro Halima, senza velo, con i suoi capelli corti e ricci che le incorniciavano il contorno del viso. Sembrava ancora più piccola ed indifesa. Non riusciva a nascondere la gioia che provava nel vedermi lì. Mi fecero vedere tutte le stanze del piano basso, quelle adibite al pubblico, e poi mi condussero nella stanza del tè, quella delle donne. Ci sedemmo in cerchio per terra, si scherzava sulle  perplessità che abbiamo noi occidentali circa l’uso del velo e fu cosi che scoprì che l’abito che indossavano, generalmente colorato e vivace era una prerogativa del popolo Sahrawi. Le loro genti sono state annesse coattivamente al Marocco che però non gli riconosce l’identità di popolo  né la relativa indipendenza come territorio. E loro dignitosamente sono lì nel portare avanti l’identità della loro gente e dell’essere donne.

Anche  Halima  si accoccolò a terra in cerchio con noi. Prese una teiera rossa che poggiò su dei pezzi di brace ardente. Io ero come incantata da questo rituale, vedevo lei soffiare sulla brace che si ravvivava nel mentre  preparava le foglioline di menta nei bicchieri. La osservai meglio mentre attendeva che l’acqua bollisse. Aveva a differenza delle altre dei tratti più dolci. Avrà avuto una trentina d’ anni, possedeva una pelle levigata ed ambrata che le dava spazio e luce sul suo minuscolo volto, gli occhi con un taglio a mandorla che si stringevano quando sorrideva. Assumeva un’espressione vaga mentre ascoltava, socchiudendo leggermente la bocca, facendo intravvedere una dentatura leggermente birichina. Mentre nella saletta iniziava ad esalare il vapore dall’acqua noi donne eravamo già in piena sintonia. Ormai si parlava di noi, dei nostri uomini, di quelli mancati e di quelli eventuali. Halima e le sorelle mi parlarono dei matrimoni che non arrivavano e della fatica che rigava le loro mani, e che non veniva riconosciuta dagli uomini. Mi raccontarono delle offese recate al loro popolo, l’onta di non essere mai fino in fondo a casa loro. Non conoscevano il mondo, chiedevano con curiosità del mio e dei miei viaggi. Loro potevano  muoversi solo in Marocco. Amavano, nonostante tutto, questo paese che percorrevano spesso quando andavano alle fiere  per i loro prodotti artigianali.

Halima iniziò a versare e riversare il tè, con gesti meccanici ma pieni di cura. Sembrava che il liquido ambrato prendesse consistenza e densità ad ogni passaggio. La menta era stata disposta in ogni bicchiere e profumava leggermente l’aria. Vedevo le sue mani, caute nel non scottarsi, muoversi delicatamente. Guardavo le altre ed ascoltavo le loro storie. Le vidi molto attente quando narrai la mia. Ci comprendevano perfettamente, ogni tanto ridevamo di gusto sulle cose buffe che c’erano accadute. Ognuna di noi aveva il suo dramma e lo percepivamo in quegli attimi come la sensazione che dà un viaggio non riuscito, ma lontano nel tempo. Sorseggiammo il tè sorridendoci con uno sguardo di intimità. Mi venne l’improvviso desiderio di indossare un loro abito e loro festose, come in gioco, ruotando attorno mi accontentarono e mi aiutarono a metterlo. Accarezzai la lunga tela a fantasia viola che mi avvolgeva. Mi sentivo molto onorata, parte di quel popolo e sorella di quelle donne. Ridendo allegramente uscimmo nel giardino, piccole gocce di pioggia scendevano finalmente dal cielo.

 

Testo e foto di Sabrina Maio

1 commento

  1. divido questo bellisimo testo

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