Alcydes e i dinosauri

Le mani ferme sul volante. Di Alcydes si ricorda questo. Le mani sapienti che portano in giro i turisti che passano per Trelew e si fanno traghettare nella regione del Chubut. Nato nella Patagonia rigogliosa di Esquel da emigranti francesi, circa 77 estati torride fa, Alcydes, uomo dalla statura contratta dal peso degli anni, della vita ha conosciuto  più di ogni altra cosa il sacrificio. E ciò  fin dagli anni in cui da adolescente dovette trasferirsi con la famiglia a Trelew, per il lavoro del padre in una fabbrica metallurgica. Primo di sette fratelli, ricorda oggi, commosso, la divisione meticolosa del cibo a cui si assisteva di sera a cena e la rinuncia a favore del fratellino più piccolo e goloso. La fotografia di quegli anni per lui è ferma lì, in quella piccola sala da pranzo con le tante sedie disordinate tra i giocattolini dei fratelli e le briciole sul tavolo di casa, con le formiche che a segmenti le circondavano. A seguire i primi lavori nelle locande dopo la scuola, per poi, appena patentato, impiegarsi  in una ditta di trasporti. Un sogno per lui. Non avendo potuto studiare,  Alcydes col suo camion fuggiva via, evadeva, varcando i confini dell’arida provincia del Chubùt, macinando strade nella pampas, fino alle meraviglie di Buenos Aires .

Le notti silenziose argentine lo avviluppavano e lo disorientavano tanto  da fargli dimenticare il ritorno. Si spingeva spesso col camion sulle sponde dell’Atlantico, a guardare lontano, incantato, dove neanche l’orizzonte più si conteneva, immaginando altri mondi e genti. Ha conosciuto negli anni gli uomini, i limiti delle loro energie ed ha imparato ad impietosirsene. Ha costruito affannosamente per sé e per la donna che ha amato e sposato e per i loro figli, volendo per loro un benessere mai arrivato. Fino a quando nel 2001, l’anno rovinoso per l’Argentina, stanco di fatiche, ha dovuto riprendere di nuovo a lavorare con la sua auto, improvvisandosi accompagnatore turistico, costretto dalle cure per la malattia della moglie e dalle vicende disastrose del suo Paese e della sua famiglia.

Vento, polvere e caldo. Le giornate lente a Trelew ne sono sature. Non concedono riposo e sollievo. Lui accoglie i turisti che gli affidano le agenzie e li conduce verso l’oceano, che sia Punta Tombo o sia Puerto Pyràmides, poco importa. Lui è lì sorridente, dietro le enormi lenti che gli ingrandiscono gli occhi liquidi, nella sua auto che odora di salsa e mate, arredata con calamite sparse di madonne protettrici. Sui sedili posteriori staziona un quadernone a pagine plastificate che mostra pinguini, balene ed i leoni marini della penisola di Valdès. Un vecchio stereo stenta a trasmettere qualche canzone leggera per le poche frequenze intercettate. Più facile ascoltare invece notizie radio locali, incomprensibili ai turisti, anche se Alcydes si affanna e ci prova,  divertito,  a spiegar loro ed a raccontare tutto della città . E cosi percorre ogni giorno chilometri di strade sterrate e polverose, fermandosi ogni volta  per mostrare, compiaciuto, un guanaco che fugge nella meseta o qualche rara pianta della Patagonia.

I giri terminano quasi sempre al Museo Paleontológico Egido Feruglio per mostrare i dinosauri. Sono estinti ma le ricostruzioni delle carcasse sono lì, ed Alcydes, orgoglioso, ne osserva i fossili. Sono lì da molti anni prima di lui, e ne venera l’idea come fossero dei Numi tutelari, consapevole della stessa inesorabile sorte. Lui, eroe al contrario dei nostri tempi, uomo che possiede un solo vestito buono e che puntualmente spolvera perché sia pronto per l’ultimo viaggio. Lui che si prende cura della sua sposa accartocciata, come se fosse divenuta sua figlia, lui a cui i fatti nefasti non hanno perdonato la vecchiaia, ha nel suo patrimonio genetico il tentativo di adattamento ad un mondo ostile. Lo stesso dei dinosauri. E paragonandosi spesso a loro, mentre ascolta uno struggente tango morbidamente sul divano, accarezzando con gli occhi la sagoma sospesa della moglie, sorride.

 

Testo e foto di Sabrina Maio

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