Marco Dell’Acqua

Mentre passeggiamo al porticciolo, è la prima volta che ci incontriamo, ci troviamo subito d’accordo sul fatto che bisogna proporre, stimolare, mettere in discussione prima di tutto i propri limiti e farla finita con un “lamento sterile”. Ci sediamo ad un tavolino piantato direttamente sulla sabbia. Il volume della musica del bar di fronte presto diventa troppo alto per parlare. Rapidamente sposti tavolo e sedie “allestendo una nuova scena” a pochi metri di distanza. Durante la conversazione accadrà lo stesso: sposteremo spesso l’asse del discorso per dare spazio ai nostri punti di vista che a volte convergono e altre volte provano a confluire in un possibile terzo percorso.  Nasceranno molti spunti e probabilmente non riusciremo a trascrivere tutto. D’altra parte niente ci impedisce di riparlarne. 

Proviamo a fare il punto sulla compagnia “Teatri di Popolo”, il progetto di teatro a cui lavori da anni.  

“…il teatro lo fate voi…” diceva Pulcinella agli spettatori “…in dei momenti, fortunati, ma attenti voi che entrate ! Da lontano lontanissimo noi e voi create!”. In questa battuta tratta da “Il segreto di Pulcinella”, spettacolo scritto da Teatri di Popolo nel 2001, è conservata l’essenza della poetica di questa compagnia.
Sin dal principio è stato individuato nel pubblico l’oggetto di studio primario ma anche il luogo privilegiato da cui trarre ispirazione e a cui tendere. La compagnia è dal 1999 un’Associazione culturale riconosciuta sul territorio e ha prodotto spettacoli e condotto laboratori per ragazzi e adulti in scuole e università, in Italia e all’estero.

Inoltre si avvale della competenza di diverse figure professionali impegnate nel ambito delle discipline tecniche e teoriche dello spettacolo ma anche della grafica della fotografia, del giornalismo, dell’architettura, del colore. Il reparto tecnico della compagnia Teatri di Popolo partecipa in maniera determinante all’intero ciclo, dal concepimento al debutto dell’opera.

La scrittura, con la decisa volontà di proporre composizioni drammaturgiche e ideazioni sceniche originali, ci impone percorsi creativi, metodologie di studio e azioni di ricerca in una continua spasmodica evoluzione ma che sempre traggono ispirazione dalla grande tradizione del teatro italiano. All’attore dedichiamo gran parte delle nostre attenzioni convinti della sua centralità nei processi di sintesi creativa e del valore etico di questa figura professionale. L’attore è artigiano responsabile in azione per le comunità civili.

Teatro, cura, terapia… un’esperienza di lavoro, collegata ai centri di salute mentale, ha arricchito il progetto con il coinvolgimento di alcuni pazienti nelle dinamiche di lavoro di Teatri di Popolo. Cosa puoi dirmi a riguardo? 

Il teatro terapia non esiste, chi lo promuove è un impostore. Il teatro è terapia solo per lo spettatore, da sempre.  Noi teatranti, nel senso più volgare del termine ci occupiamo in particolar modo della salute mentale dei nostri spettatori, è a loro che rivolgiamo con amore le nostre attenzioni ed è del nostro spettatore che noi attori ci prendiamo cura. Noi attori siamo tutti affetti da più o meno gravi disturbi psichici. Me lo ricordava, con la sua classe di sempre, la mia Zia Eddy Palescandalo dopo essersi presa lei cura di me chiedendomi cosa stessi organizzando e confermandomi con affetto pungente e delizioso quanto fossi io quello con disturbi mentali ma al contempo incoraggiandomi a proseguire con uno dei suoi inconfondibili e dolci sorrisi.

Quello che ho da dire “forte e chiaro” è che del disturbo psichico si occupa lo psichiatra, quello bravo, che ha studiato e studia rimedi, posologie e cure specifiche per ogni singolo paziente, analizzando in maniera specifica gli effetti collaterali di ogni terapia in sviluppo. Essere psichiatra significa essere innanzi tutto molto coraggiosi perché implica una dedizione totale alla ricerca scientifica di una materia incredibilmente complessa che si occupa dell’organo più misterioso e magico del nostro corpo di cui sappiamo pochissimo, il cervello.

Noi attori, differentemente, ignoranti della medicina, ci occupiamo degli “affetti collaterali”, ed in modo specifico di quelli sopiti dei nostri generosi spettatori, per questo, da artigiani, lavoriamo duramente per ricordare al pubblico che ogni nostro spettacolo è progettato per prenderci cura della loro salute mentale. Questa specificazione è indispensabile perché si capisca che il teatro è sì terapeutico ma per lo spettatore, noi attori sappiamo bene, molto bene, di essere “spostati”, più o meno consapevolmente, spostati in un luogo diverso, quello della creazione, in cui visione ascolto e cuore lavorano “impazziti” e duramente per i diritti sacri e santi del nostro caro spettatore a cui non mancheremo mai di ricordargli quanto egli stesso, lo spettatore appunto, sia infinitamente bello.

Che poi l’allenamento faccia bene al corpo di chiunque, beh, questo è scontato ed è noto a tutti che muoversi ci fa vivere meglio e rende più forte e pronta all’uso la “macchina corpo” . Quindi approfittate cari spettatori del teatro perché è la migliore terapia che noi attori possiamo produrre di cuore “esclusiva mente” per voi.

È possibile, secondo te, un coinvolgimento più ampio, della nostra comunità, verso problematiche legate sia al campo artistico o più strettamente sociali? Se questo non avviene da cosa dipende: interessi privati, paura, sfiducia nella possibilità di realizzare cambiamenti, atteggiamento di autoreferenzialità o cosa? 

Non esistono persone più sensibili di altre né più colpevoli di altre. Siamo gli altri e siamo tanto sensibili quanto colpevoli. La tua preoccupazione per la comunità salernitana rappresenta già di per sé una luce per la rinascita dentro la comune condizione di disaffiliazione che oggi viviamo come cittadini isolati, uomini distanti, vite abbandonate… ma non è tempo di pianti, questo deve essere il tempo di sorrisi coraggiosi per generare come auspichi una nuova creatività solidale. Non conosco  ahimè la ricetta ma credo che sia doveroso spostare, quando e dove è possibile le attenzioni dal “bello” al “buono” che poi è bellissimo e dalla “speculazione formale” alla “ricerca sostanziale” che è formalmente molto più interessante, attraente e produttiva sebbene molto più faticosa da curare e da supportare.

Credo fermamente, oggi, che sia la bellezza di ciò che è sostanzialmente buono a poter combattere un certo nostro egoismo imperante in questo tempo affogato da paure reali e artefatte spesso insulse ma sempre catastroficamente capaci di imbrigliarci in ciò che avvertiamo come guasto, opprimente, pesante. Sono molto preoccupato come te e sono certo che sia necessario spaccare, spezzare e rompere questi muri che rallentano ogni proiezione ottimistica e progressista che dir si voglia… Questi muri sono costruzioni i cui artefici siamo tutti noi, nessuno escluso, quando ci rendiamo protagonisti fotografando il disastro e poi lo amplifichiamo e lo raccontiamo per tirarcene fuori mentre ci sentiamo a parte e non parte. Non voglio colpevolizzare l’umanità ma al tuo richiamo posso ben dirti che le chiacchiere oggi più che mai stanno a zero e con il teatro che rappresenta il luogo in cui il falso viene distrutto dal finto e l’azione anticipa la parola trovo la mia casa per contribuire alla creazione di un nuovo possibile sguardo collettivo che sappia superare anche questi insopportabili muri di solitudine e tristezza, auto celebrazioni e poesia fangosa della malinconia.

Da oltre venti anni studio il Teatro e fortunatamente ancora ho compreso poco. Ho iniziato ad amarlo quando ho scoperto che avevo da cercarlo e mi sento vivo quando lo vedo celebrarsi. Il teatro è anche violento quando piccona con forza ognuno di questi muri perché costringe le persone a stare insieme, gli attori a svelarsi e gli spettatori a respirarsi, in poche parole riporta l’uomo all’umanità e ricostruisce il sentimento di comunità.

Vorrei che tutti lo praticassero e mi sento fortunato ad avere la consapevolezza di volergli dedicare gran parte della mia vita. Oggi la povertà, che non è altro che il riflesso di tanto benessere intriso della paura di perderlo, prova a disgregare le forze di artisti, autori, artigiani e il conflitto tra le parti produttive, studiosi, intellettuali e spettatori è amplificato e come ogni guerra genera il brutto, l’indecente e la poesia è costretta a volare via. Ma sono certo che presto, anzi, molto presto scopriremo che è impossibile vivere senza l’altro, il diverso, le sue contraddizioni e le sue complessità e nuovamente i colori torneranno a governare il nostro andamento. Ciò accadrà non appena scopriremo che è proprio l’altro ad essere più importante di tutto il resto e che la bellezza è incontro e mai il perpetrarsi di scontri in difesa degli isolamenti.

 

Il teatro è un’arte antichissima con una grande tradizione e al tempo stesso ricco di percorsi evolutivi di varia natura. Terminiamo questa conversazione con un ultima domanda: cosa è o quante cose può essere il teatro dal tuo punto di vista?

Il Teatro è quell’arte antica con 6 sorelle che nasce molto prima del rivoluzionario Gesù per reinventare la complicità tra gli uomini: attori e spettatori. La sua azione specifica è quella di rigenerare la fiducia tra gli esseri umani e di riconsegnare alla fiducia la sua carne e il suo corpo.

Il Teatro traduce la complessità delle esistenze in bellezza pura, ossigeno per la convivenza. La sua forza durante i tempi di “crisi” si amplifica come se volesse amorevolmente sopperire attraverso la sua inspiegabile magia ai vuoti creati da quel malcontento caratteristico di tutte le epoche in cui l’uomo, pervaso da indifferenza o da egoismo, chiari sinonimi di debolezza, dimentica la propulsione positiva determinata dalla condivisione. In poche parole il teatro è lo spazio di una certa “felicità totale”.

Il Teatro è buono e non ammette falsità; rielabora, ravviva ed esalta gli affetti e la memoria degli affetti contrastando con tutta la sua tenacia poetica la vanità degli effetti spesso inutili e nocivi per la creazione di un linguaggio comune che sappia parlare ai cuori.

Il Teatro non è quello che allontana o che si chiude, tra astruse pretese pedagogiche o raffinate speculazioni intellettuali, il Teatro non educa ma chiama… chiama tutti a raccolta perché la riflessione critica resti e resista come riflessione collettiva.

Il Teatro è testardo perché ha come unico fine imprescindibile quello di ricordarci l’importanza della comunione come luogo speciale in cui si verifica la percezione limpida della immensa bellezza di cui l’ essere umano è dotato, nonostante tutto.

In Teatro non esistono esclusi ed è proprio questa la sua azione politica effettiva, è questo il contributo di ricerca che esso offre alla collettività. Quando ciò non accade ovvero quando ci si sente o si creano “esclusi”, non è teatro ma bensì spettacolo.

In Teatro sono le emozioni a farla da padrone non le lezioni. Il Teatro è di tutti ed è per tutti, in caso contrario non si chiama Teatro ma semplicemente Noia.

https://www.facebook.com/Compagnia-Teatrale-Teatri-di-Popolo-357357764335433/

 

A cura di Mauro Leone

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