La prima volta che ti ho visto sarà stato nei primi anni ’90. Suonavi al Fabula, locale nei pressi del porto, con i Peanuts, gruppo che è rimasto nella memoria di molti amici salernitani. Ricordo un clima di grande eccitazione con ragazzi e ragazze che ballavano e cantavano tranne uno che rimaneva tutta la sera a guardare le mani del chitarrista per rubargli qualche segreto. Questo la dice lunga sul tipo con cui ti appresti a dialogare! La cosa che però più colpiva era la personalità e il carisma di tutti i musicisti che, sotto l’aspetto comunicativo, riuscivano ad andare molto oltre la semplice riproduzione di un brano. Oggi invece mi fa piacere invitarti su questo sito per conoscere meglio il tuo pensiero su ciò che riguarda la fruizione e l’organizzazione  di musica ed eventi nella città in cui viviamo e naturalmente dei tuoi progetti.

 

Come giudichi la scena musicale locale vista la tua lunga esperienza di musicista che ha realizzato dischi e suonato in vari progetti?

L’ambiente musicale locale vive una strana dualità. Da un lato c’è un fermento continuo fatto di band o singoli che si formano e scrivono musica ad ogni livello e continuano a sognare il momento di celebrità, come facevamo noi una volta negli anni ’80. Alcuni scrivono davvero bene, rispettano le radici del posto in cui hanno vissuto o in cui vivono, e sono decisamente più sinceri nella proposizione musicale. Altri, la maggior parte direi, sono più esterofili e basano la propria ispirazione su quello che ascoltano in macchina, in radio o in cuffia mentre passeggiano in centro e diventano cloni di questo o quell’altro gruppo.

Dunque diciamo che si continua a scrivere musica, ma mentre la richiesta di spazi per proporre la propria musica aumenta, dall’altro lato l’offerta diminuisce drasticamente per i costi altissimi di gestione e per la mancanza di curiosità delle persone.
Così anche quelle realtà che tentano con ogni sforzo di portare avanti un discorso culturale, base, secondo me, della rinascita della società, non riescono ad andare avanti e quindi a proporre eventi di un livello superiore a quello che può offrire una tribute, o una cover band.
In parole povere, se si continua a portare ed a proporre nei locali la musica che normalmente ascolti in radio e in tv tutti i giorni e a tutte le ore, si rischia l’immobilismo.

Da un lato servirebbe un po’ di coraggio da parte di chi organizza, dall’altro servirebbe un po’ più di curiosità nelle persone che partecipano agli eventi. Tutto questo andrebbe condito con una buona dose di educazione all’ascolto dei concerti  e di rispetto per i musicisti che stanno lavorando sul palco, ergo via i cellulari, si mangia prima o dopo, si beve e si ascolta in silenzio. E’ deprimente suonare in un posto e sentire il rumore dei piatti oppure il casino delle persone che parlano ad alta voce, ma devo dire che quest’ultima è una brutta abitudine tipica proprio del territorio.

Se poi metti che gli spazi adibiti alla musica non sono adeguati (insonorizzazione, impiantistica, spazi) il tutto si riduce ad avere poche occasioni per proporre/ascoltare della buona musica in zona. Devi aspettare
l’estate, ma questo implica utilizzo degli spazi all’aperto e quindi devi scontrarti con una ormai assente presenza istituzionale. In pratica se un’associazione volesse utilizzare uno spazio per poter effettuare un evento
di più giorni (vedi il Fall Festival) avrebbe probabilmente lo spazio pubblico, ma non i servizi, si capisce che quindi per piccole realtà questo non ha proprio senso. Non posso pensare di poter usare, nel caso di Salerno, l’Arena del Mare e poi dover pagare la sicurezza, la siae, il personale di supporto dalla pulizia alla sorveglianza, il palco, l’impianto, e tutto quello che serve. Perché se volessi farlo dovrei per forza organizzare un evento grande invitando per forza un artista di grido (e oggi sai bene a cosa mi riferisco: rapper improbabili, vincitori di talent, youtubers, insomma materiale di consumo) e quindi non farei assolutamente nulla di nuovo a livello culturale se non dare l’ennesimo spazio a chi già ce l’ha.

Cos’è il Fall Festival e che cos’è la musica indipendente?

Il Fall Festival, realizzato da, presso e con l’Associazione Culturale Mumble Rumble (sul territorio da 35 anni circa) è nato dall’idea di voler dare voce a chi ha fatto dell’indipendenza dalle major uno stile di vita e non una forzata panchina. Restando in tema di calcio (cosa per me strana in quanto sono l’ultima persona che ne potrebbe parlare) è come se le major stessero giocando una sorta di Serie A mentre i gruppi che la televisione chiama “indipendenti” giocano un campionato minore (Serie B, ma che segue le stesse regole e cerca di portare i “vincitori” in seria A).

C’è un campionato enorme invece senza regole che non vuole per forza giocare in A oppure in B. Sono quelli che sono indipendenti per vocazione e non “per forza”. Il Fall nasce per quello principalmente, per la musica indipendente, ma quella vera.
In queste ultime due edizioni 2016 e 2017 abbiamo avuto modo di avere delle conferme e di conoscere nuove realtà, ma soprattutto di condividere questo gratuitamente con tutte le persone che sono intervenute. La risposta è buona, c’è bisogno sul territorio di episodi come il Fall Festival e spero se ne facciano tanti altri, non solo vetrine da cui scegliere questo o quell’altro prodotto, ma posti dove puoi condividere la tua arte (che sia la musica, la scrittura, il cinema, ecc..) e confrontarti, dove conoscere persone nuove lontano dal social, dove le puoi proprio incontrare per 3 o 4 giorni di seguito e creare delle collaborazioni.

Il Festival stesso parte anche da una collaborazione ormai lunghissima con Toast Records (etichetta trentennale) di Giulio Tedeschi, discografico indipendente di Torino.
Con Giulio abbiamo fatto moltissime cose e collaboriamo anche su altri progetti, si pensi all’archivio distribuito dell’Operazione Robinson (di sua invenzione ed attuazione) che si intreccia con il nostro progetto digitale IndieDb (una sorta di archivio digitale di musica indipendente), ma per questo lavoro ci vorrebbe un’altra intervista.

Parlami del progetto Max Maffia & The Empty Daybox?

Gli Empty Daybox sono la cerchia composta da miei grandi amici. Sono musicisti di alto livello ed esperienza e continuo a chiedermi come mai abbiano accettato di suonare con me (forse proprio perché sono miei grandi amici). Ho fondato questo progetto nel 2009 perché avevo bisogno di non essere sempre il chitarrista di qualcuno, ma sentivo l’urgenza di far ascoltare la colonna sonora dei “film” che mi faccio da solo.

È un progetto che pone l’ascoltatore al centro della scena.  È musica strumentale, suonata con strumenti veri, è musica che puzza di nylon, legno, metallo ed una serie di altri materiali. Sono composizioni originali che porto (nella maggior parte dei casi) in sala prove al vaglio dei miei compagni di viaggio, le suoniamo insieme, le valutiamo e ne scegliamo un destino. I brani ci suggeriscono delle immagini e queste ultime i titoli. Siamo legati molto alla nostra terra ed è per questo che il terzo album sarà molto “terreno”.

Il nostro sito emptydaybox.it è sempre aggiornato (sono un informatico nella vita reale) e da lì è possibile collegarsi a tutti i social ed alle piattaforme digitali per ascoltare ed acquistare le nostre composizioni.

https://www.facebook.com/emptydaybox/

 

A cura di Mauro Leone