Marco Cammarata

Quando terminai il documentario sul Blues pensai a te per realizzare un nuovo lavoro. Purtroppo non ci sono riuscito e così quello sguardo che poteva nascere su ciò che sei e che fai è stato probabilmente rimandato. Qualche giorno fa, trovandomi ad Aliano durante il festival, un altro sguardo si è smarrito nella totalità delle sollecitazioni olfattive, acustiche e visive e, pur passandoti accanto mentre suonavi, non ti ho riconosciuto. Avendo visitato spesso quelle zone della Lucania posso dire di aver avuto più volte prova della possibilità di fare esperienza di una pulizia percettiva, di una evaporazione corporea di elementi tossici. Non ti ho riconosciuto ma ti ho ‘visto’ come parte di una benefica relazione uomo-ambiente, potrei dire di un vero e proprio sistema di depurazione. 

Ripartiamo dunque da questa esperienza. Raccontami come l’hai vissuta. 

Mi sono trovato ad Aliano con uno speciale gruppo di amici, i Pastaiuoli Abusivi, capitanati dal buon Mario del Regno. Vengono da Montoro in provincia di Avellino. Quest’anno hanno piantato sei ettari di grano “abbondanza” e ai calanchi hanno acceso un vecchio forno per fare pane e pizza a offerta libera. Abbiamo fatto il controfestival, ci piace così. Passeggiando più in là qualcuno aveva fatto portare panche, tavoli, spillatori per la birra e cibo ma non hanno avuto successo, l’ultima sponda del festival era Campana e me ne vanto. È già da un po’ che stringo amicizie di paese, giovani in particolare. Sembra che al paese ci sia maggiore cooperazione, che si cresca prima, che le esperienze siano più veloci e significative, che il tempo che scorre con lentezza fa il vino buono a dispetto dei cittadini un po’ più soli, preoccupati, ai quali poche volte capita di mischiare acqua e farina e lavorare di braccia. Ho fatto cinque albe credo in sette giorni di Aliano sax alla mano. È uno strumento che ho da ottobre scorso, mi piace improvvisare, quando suono chiudo gli occhi e mi lascio andare, probabilmente è per questo che non ti ho visto passare.

In passato mi è capitato di sentirti suonare le tue canzoni, di vederti disegnare o sentirti parlare dei tuoi lavori con la ceramica. Sono tutte attività in cui la tua creatività prende forma e definisce allo stesso tempo anche il tuo modo di stare al mondo.

Avevo quindici anni quando per la prima volta ho imbracciato la chitarra, una Maya, una chitarra classica, costruita in Giappone e comprata da mia madre, che mi ha tenuto compagnia per molti anni e che ancora è con me. È da quell’età che ho cominciato a scrivere canzoni, che ho rifiutato la vita ordinaria, che mi sono posto domande su quel che facciamo, sul come lo facciamo, a discapito di cosa e di chi, sul ruolo dello stato, della famiglia, delle responsabilità individuali ed alla ricerca di libertà, sensibilità e indipendenza. Sono uno di quelli che pensa alla creatività come rivoluzione e non come accessorio, come fregio per la borghesia. Non credo ai mercati dell’arte, ai concerti amplificati, alla tv, alle canzoni americane ed alle mostre di pittura. Forse una delle canzoni che più mi rappresenta è una canzone arrabbiata… contro chi è ricco e non lo sa che sporcherà la verità… così quelle canzoni che ho scritto da circa dieci anni sono rimaste lì, ineseguite, in rete, mai spinte. Non ho mai pensato al successo, ho pensato e penso a scrivere come atto libero e gratuito e non spetta a me portare queste piccole opere sul palcoscenico a cui peraltro credo poco, semmai spetta a qualcun’altro trovarne bellezza, significato e pubblico. Credo quindi, lo ribadisco, alla creatività come rivoluzione e alla poesia, alla delicatezza, ad un concerto senza palco, senza amplificazioni, botteghini, panini e birra, come l’entrare in una caverna ed uscirne all’alba, come un luogo in cui si sogna da svegli e si confondono il giorno e la notte, la ragione e il sogno.

Juorno vene e porta lu sole, ‘n’front’ tiene ‘na nova canzone, sona sona e mamma t’a cantarra’. Crisce crisce comm’o’ grano d’oro, curre curre appriesso a lu lavoro, sura sura e mamma t’a sunarra’. Juorno vene e porta lu chianto, ‘n’cuorpo tiene questo nuovo canto sona sona e mamma t’o cantarra’. Voce voce, voce de la terra, chiama chiama questa nuova guerra e zitto zitto mamma t’o sunarra’. Sole ca staje ‘n‘ cielo voglio una falce d’oro, tagliarti netto il capo per venderlo al mercato“.

È “Canto Primo”, il testo di una delle mie vecchie canzoni, le scrivo da allora sempre così, affidandomi al vento che passa, senza ragionarci troppo, seguendo un’ispirazione, un momento intenso e veloce come cadendo, il momento in cui il nostro corpo fa da sé per evitare l’impatto mettendoci in sicurezza al meglio che può dalla ragione.

Vorrei mi parlassi adesso di come vivi, delle tue esperienze e delle relazioni umane che preferisci coltivare.

Vivo qui, a Salerno, sempre con la voglia di una casetta in campagna non lontano dal mare. Penso al grano, agli ulivi, ad un fico a cui attingere tra agosto e settembre. Ogni tanto viaggio, sto fuori qualche mese a lavorare, quando torno metto mano alla ceramica che da qualche anno è diventata itinerante, cioè mi appoggio a laboratori di amici, per necessità ma anche per condivisione, per variare i miei giri di amicizie, per pensare a nuovi progetti. Mi piace l’idea di uno spazio aperto, moderatamente affollato dove si incontrano esperienze, dove nascono racconti o dove semplicemente si beve qualcosa, si sta zitti, si parla, si fuma.

I miei amici solitamente sono bizzarri, poveri ed occupati. Fanno il pane, il vino, il grano, cantano ed amano il contrabbando perché credono alla voce della terra più che a quella dei padroni. Amano condividere e spesso sono giovani, spesso gente che ha vent’anni, mai vista prima, mi saluta e si siede a scambiare due chiacchiere con me. Ne sono felice, mi piace che si confondano le età, che tutto sia possibile. Amo i giovani perché hanno forza, carisma, libertà, perché ancora non sono imbrigliati nei doveri, nel conformismo, perché ancora credono nella possibilità del fare, del reagire, del cacciarsi capo e collo nei desideri, nel sogno, nel viaggio e siccome creatività vuol dire giovinezza allora forse è per questo che mi s’accostano.

Mi piacciono poi quei vecchi che non hanno avuto paura di scegliere l’incerto, gli strambi, quelli come zii Pietro che fanno venti chilometri in bici in pieno inverno, nudi, già col costume, per raggiungere il mare, per fare il bagno in inverno. Come Tullio che assomiglia a Nettuno che adora il mare e viene a fare cappello sul lungomare di Salerno per cantare vecchie canzoni del sud Italia. A casa loro spesso mi rifugio in inverno, davanti al camino, a bere vino, a fare il pane, a cantare canzoni.

 

A cura di Mauro Leone

1 commento

  1. bellissimo leggere quest’intervista ascoltando la ninna nanna di marco.

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