Giorgia del Mese

Quando ci si trova di fronte a una donna che imbraccia una chitarra acustica e parla in maniera diretta di emozioni e storie personali oltre che di un momento storico così particolare come quello in cui viviamo, per un attimo ti sembra di aver fatto un salto indietro nel tempo ma subito dopo ti accorgi che forse è il tempo in cui vivi che vuole fare un salto verso chissà quale futuro. In sintesi, ciò che mi ha colpito quando ti ho conosciuta è la tua necessità di raccontare senza troppi filtri le cose che provi e di suscitare  delle domande in chi ti ascolta, almeno questo è accaduto a me.

Scrivere canzoni, provare a riflettere sulla propria vita e sui meccanismi di ciò che ci sta intorno, quando viene fatto in modo autentico, credo sia un atto di estrema generosità verso il prossimo. Inoltre può essere di grande stimolo per chi, nell’esempio dell’altro, trova la forza per superare difficoltà o decide di affinare la propria modalità espressiva. Voglio chiederti innanzitutto cosa ti ha spinto a scrivere la tua  musica e come questo ha modificato il tuo modo di fare esperienza della società in cui vivi?

L’arte in generale e la musica per me hanno sempre rappresentato, come diceva il poeta Majakovskij, un martello con cui scolpire la realtà e non una lente per osservarla. È chiaro che la premessa, la matrice da cui si parte per scrivere è sempre autobiografica, esistenziale. Io scrivo canzoni di lotta e canzoni intimiste perché sono la mia cifra esistenziale. Ho una storia di militanza in organizzazioni marxiste libertarie, mi sono formata sui testi della psichiatria fenomenologica e di una certa psicanalisi  che mette l’esperienza dell’essere umano al centro, ho ascoltato i cantautori e il punk che raccontavano una realtà antagonista a quella normotica.  A tutto questo si aggiunge la mia indole malinconica e vitale al tempo stesso, ripiegata e veloce, e questo mi permette di scrivere canzoni che ondeggiano tra l’introspettivo e il politico, tra la tristezza e la lotta. Il personale è politico come scrivevano negli anni ’70 e ognuno scrive ciò che è, a meno che non sei Rovazzi, che pure ammiro per la capacità imprenditoriale e di marketing, beato lui!

Scrivere canzoni è un atto narcisistico e autoreferenziale sempre, non è altruistico e divulgativo. Guai se partisse da questo intento di onnipotenza. Poi c’è la tecnica, la poetica, lo stile che uno usa che possono far sì che la tua musica non sia fruibile solo dai tuoi amici nel tuo soggiorno, ma possano diventare contenuti in cui chi vuole può identificarsi. La musica come modalità espressiva mi ha salvato la vita tante volte, non a caso ho scelto di fare, oltre la cantautrice, anche la psicologa e la musicoterapeuta.

Al di là di tutte le utopie e i tentativi di creare una società il cui presupposto sia quello di una partecipazione collettiva, paritaria, in cui l’uno si fa carico delle problematiche dell’altro perché vede nella risoluzione di queste il seme di una convivenza più leale e produttrice di benessere su larga scala, non è forse vero che ci si “salva” sempre da soli o in una piccola e ristretta cerchia di rapporti fiduciari ?

Hai ragione, l’era post-ideologica ha annientato qualunque tentativo di rivoluzione o utopia riformista. Da Genova 2001 ci hanno fatto capire che la lotta di classe, che la lotta in generale sarebbe stata soppressa, normalizzata, annichilita. Restano le esperienze individuali, etiche, le relazioni di chi sceglie le piccole esperienze comunitarie, una certa letteratura, una certa musica, resistere su battaglie civili, per il resto siamo fottuti!

Parlami adesso della tua musica, delle soddisfazioni che ti regala, della bellezza che si crea durante un live e ovviamente dei nuovi progetti.

La parte più erotica dell’essere cantautrice è il momento della scrittura, quando riesci a sintetizzare in tre minuti il vissuto di un anno, è eccitante e gratificante. I live, all’inizio, sono per me oggi, come dieci anni fa, un momento di grande ansia e disagio poi, quando inizio, succede la magia… quasi sempre.

Sono al lavoro sul mio quarto disco “Moderate tempeste”, ma la morte improvvisa di mio padre tre mesi fa ha ridisegnato i miei tempi così come i miei scenari etici, filosofici e psicologici. Forse il prossimo disco dovrei chiamarlo solo “Tempeste”, ma ormai è stato annunciato e la parola è sempre una sola…

https://www.giorgiadelmese.it/

 

A cura di Mauro Leone

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