Carlo Roselli

Esistono anche incontri sfiorati o semplicemente rimandati. Questo credo sia accaduto con te. Tu sai che l’altro c’è, te ne fai un’idea, ogni tanto qualcuno te lo nomina, lo incontri a un concerto e, come in questo caso, l’immagine che te ne fai è una bella immagine. Accade spesso. Resta però il desiderio di saperne di più, di provare a svolgere una trama, ripercorrere un cammino, magari per scoprire un punto di vista inedito o avere delle conferme. Uno dei propositi di questo sito è appunto quello di esplorare più a fondo, per quanto possibile. E cosi caro Carlo… alziamo il sipario. 

Iniziamo parlando di come si fa arte nella comunità dove vivi e operi. Quali sono le possibilità legate a spazi e progetti e i rapporti con altri artisti e con chi favorisce la diffusione e la realizzazione di contenuti.

La parola “comunità” mi ha sempre affascinato tantissimo: è una viva e mutevole realtà a cui tendere, volente o nolente, ma anche una immagine lontana, indefinibile, sfocata da dover ridefinire in continuazione. Ho assistito negli ultimi anni a una vera e propria diaspora di artisti e non solo, la comunità alla quale posso dire di poter far riferimento si è estesa ed espansa. Io stesso ho sempre viaggiato moltissimo, vissuto e lavorato lontano dall’Italia per apprendere percorsi e modalità diverse di produrre arte, oltre che valutare la possibilità di stabilirmi, anche temporaneamente, altrove. Questa diaspora è sia causa che effetto di un impoverimento della “scena” aumentato con la chiusura in città di spazi, gallerie e sale, di discutibili scelte in politiche culturali e in termini di offerta artistica (anche formativa) per lungo tempo amatoriale se non al limite del teatro parrocchiale, con la conseguente difficoltà di mantenere viva in città una scena musicale, artistica e teatrale contemporanea feconda, propositiva e con qualche prospettiva degna di tale nome. Più che di diffusione possiamo parlare di dispersione! Del resto “nostra patria è il mondo intero…”

Certamente questa situazione ha provocato in me un concreto e tutt’ora vivo “spaesamento”, una specie di “nostalgia” spesso presente nel mio lavoro.

Le vecchie generazioni nei “posti chiave”, tristemente, non hanno sempre la capacità di creare innovazione e “comunità” intorno ad un progetto. Non dispongono delle risorse necessarie ma, soprattutto, del linguaggio adatto e quindi non dispongono di forma mentis adatta. Molto è affidato alla buona volontà e alla capacità economica dei singoli individui (che difficilmente possono durare in eterno). Vedo quindi poche (queste poche validissime) realtà strutturate e con idee chiare che non siano autoreferenziali e spesso legate all’occasionalità degli eventi. Tra queste c’è sicuramente Erre Teatro di Vincenzo Albano con il suo festival “Mutaverso”, una delle cose più interessanti in ambito teatrale che capitano a Salerno da un pò di tempo a questa parte.

D’altra parte ci sono ancora persone e un ristretto numero di luoghi dove immaginare qualcosa e, dunque, i bei progetti si susseguono senza sosta, a volte non lasciandomi neanche il tempo di rifletterci troppo.

Poi, molto spesso, gli spazi più adatti e interessanti si rivelano essere quelli “non deputati” ad ospitare arte, certamente grazie alle persone che si incaricano di gestirli e portarli avanti mettendocela tutta per creare e  mantenere relazioni reali con gli artisti e con il pubblico. In ogni caso penso sia un dato di fatto che una vita semi-nomade e una attitudine D.I.Y. a Salerno come altrove, siano obbligatorie.

Parlami dei tanti progetti che hai realizzato, della loro evoluzione e di come e quanto hanno prodotto in termini di relazioni sociali e artistiche.

Per quanto mi riguarda le relazioni tra persone sono la base insostituibile e il sostrato necessario sulle quali costruire progetti artistici e di trasformazione validi e duraturi: sono queste che hanno donato a tanti progetti una lunga vita e buoni riscontri, spesso in assenza di risorse economiche adeguate. Il fatto è che sono tantissimi, quindi parlare proprio di tutti…

Il prossimo settembre inizierà il sesto anno di vita di teatrisospesi, un progetto ampio e multidisciplinare creato in tandem con mia moglie Serena Bergamasco (coreografa di danza contemporanea). Negli anni ha coinvolto tantissimi artisti e realtà non solo italiane in numerosi percorsi legati all’organizzazione di festival, residenze, seminari, produzioni di video e spettacoli. Con il festival “lineeperiferiche”, ad esempio, realizzato per tre anni consecutivi, sono nate relazioni di stima professionale e amicizia con decine di artisti e compagnie da tutta Italia e non solo (penso a Cinzia Sità, Robert Floor, Olimpia Fortuni, Quio Binetti, Francesca Vista, Teatri della Viscosa, Ygramul teatro, Nando Brusco e tanti altri) ma anche confermato e rafforzato rapporti umani e professionali con i compagni di una vita che si sono prodigati per dare forza al progetto facendolo anche proprio (Francesco Petti, Emilio Barone, Peppe Frana, teatrAzione, DuoDanza, Flavia D’Ajello ed altri).

Con teatrisospesi sono nati alcuni spettacoli che sono stati anzitutto incontri umani importanti e decisivi per il nostro modo di intendere e fare arte:

“Voci – studio sul dialogo interiore”, con la bravissima performer argentina Natalia Cristofaro De Vincenti. Il progetto nasce da una idea di Serena ed è basato sul rapporto tra memoria e migrazioni, la storia della famiglia di Natalia e la Storia delle migrazioni italiane in Argentina e Sud America nel corso del ‘900; è stato tra le prime produzioni di teatrisospesi ad usare più linguaggi sulla scena e proprio il tipo di lavoro intrapreso ci ha fatto legare tantissimo, artisticamente e umanamente. Natalia è straordinaria e riscoprire insieme nel lavoro la storia delle nostre famiglie è stato davvero importante. Lo spettacolo ha girato per qualche anno in vari festival e siamo in attesa di vedere nuovi sviluppi. È stata tosta ma aver curato regia, suono e immagine in un insieme coerente mi ha fatto bene e sorpreso tantissimo.

L’esperienza accumulata in questo lavoro mi ha preparato allo sviluppo della drammaturgia sonora per un progetto che gode di una felice rosa di collaborazioni. Si tratta del “Cuore accusatore” di E.A. Poe, in una nuova traduzione di Linda Barone, nato su proposta di Alfonso Amendola (già partecipe e stimolante ideatore di diverse cose fatte a teatrisospesi, quando avevamo una casa…) con Antonetta Capriglione “in voce e in corpo”, la scena di Giuseppe Carosetti, l’attento sguardo di Francesco Petti. Avemmo l’occasione di lavorare ad un reading sulla bella traduzione di Linda nell’ambito di un convegno internazionale dedicato a Poe e subito ci è parso chiaro che il lavoro travalicava i confini ristretti del reading, del teatro… attestandosi su territori incerti e più rischiosi. Andò bene, amiamo questo lavoro e ci siamo categoricamente rifiutati (come per molti altri progetti) di lasciarlo all’oblio dell’occasionalità portandolo avanti in diverse circostanze. A settembre saremo ospiti nella bella cornice del Festival Internazionale del Fantastico di Ferentillo, in Umbria; vorremmo poi farne una versione audio, una “più teatrale” e altro ancora per rinnovarlo e tirare al limite le possibilità del discorso.

Per molto tempo mi sono dedicato come attore, oltre che regista, alla Commedia dell’Arte (decisamente un’altra cosa!) e abbiamo prodotto tre lavori (“La ciorta di Zeza”, “Decameraccio”, “Il paese dove non si muore mai”) che hanno vinto premi, viaggiato e debuttato in Europa e in festival internazionali… e chi se l’aspettava?! “Il paese…”, scritto da Simona Forte e interpretato da me, Simona e Marco Di Gregorio nasce come ibrido a cavallo tra reading, performance e video. Mano a mano abbiamo tolto tutti gli orpelli “tecnologici”; la scena ora è completamente vuota, non ci sono musiche di scena, luci, video… solo tre attori che non vogliono morire.

Infine ci siamo dedicati tantissimo alla formazione. Conduco diversi laboratori e organizziamo ogni anno una settimana residenziale di seminari d’alta formazione su danza e teatro giù in Cilento. Il progetto si chiama “fuori tempo utile” e ha coinvolto finora alcuni nostri importanti punti di riferimento come Adriana Borriello e Marco Sgrosso. Inoltre abbiamo organizzato per due anni a Salerno un Corso di Composizione Coreografica insieme a Borderline danza e Campania danza, coinvolgendo maestri internazionali come Susanne Linke, Francesco Scavetta e la stessa Adriana Borriello. L’arrivo felice di due bambini ha rallentato un po’ il tutto ma è stato forse un bene!

Ho assistito qualche tempo fa a un’esibizione dell’Hartmann quartet. Cos’è di preciso? 

Hartmann è una creatura alla quale sto dedicando tanta forza. Per me è un felice ritorno alla musica (dopo troppo tempo di stop) insieme a dei giovani e straordinari musicisti. Il progetto è stato fondato da Daniele Apicella alle percussioni e dal sottoscritto a vari strumenti a plettro propri delle tradizioni musicali turca e afghana (ringrazio sempre tantissimo il caro Peppe Frana che mi ha motivato senza sosta e aiutato concretamente a riprendere il filo del discorso). Oltre a noi due fanno parte del gruppo anche Orsola Leone alla voce e Renata Frana alla dilruba, che già solo loro valgono per quattro!

Abbiamo cominciato, senza la pretesa di essere dei “puristi”, cercando di mettere insieme linguaggi e tecniche proprie degli strumenti che suoniamo con la tradizione della musica antica europea, sia sacra che profana, per quanto mi riguarda con una buona dose di faccia tosta, avendo la necessità di studiare molto più tempo di quanto attualmente riesco a permettermi! Intanto ho scelto per un po’ di lasciare “le scene” da attore e di concentrarmi di più sulla musica e la regia (e le possibilità che possono nascere mettendo le due cose insieme) guadagnando tempo per suonare. Ora il progetto è in fase di trasformazione, abbiamo cominciato da un po’ a scrivere brani nostri, seguendo una strada personale nella composizione di musica e testi, forse ci saranno dei cambiamenti sostanziali anche nella line-up ma ancora non sappiamo in che modo. Mi piacerebbe pensare ad Hartmann come un progetto aperto, che possa beneficiare anche dell’apporto di tanti altri musicisti.

 

A cura di Mauro Leone

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