Peppe Frana

Il nostro primo incontro risale al 2006. Quell’anno, precisamente l’8 marzo, organizzai, presso un’associazione che purtroppo non esiste più, una serata-ricordo per i trent’anni dalla scomparsa del poeta salernitano Alfonso Gatto. Coinvolsi alcuni attori per la lettura dei testi e un’amica comune mi suggerì il tuo nome per la creazione di un suggestivo  ricamo musicale. Da allora sono state poche le occasioni per incontrarci. Soltanto un paio di anni fa ci siamo ritrovati nell’ambito dei concerti organizzati dal Rodaviva di Cava dè Tirreni, periodo molto florido per incontri e conoscenze. 

Ti chiederei innanzitutto come si è concretizzato il tuo interesse per le musiche modali extraeuropee e per quelle medievali visto che i tuoi primi interessi credo fossero legati, come per tanti ragazzi, alla musica d’importazione sia anglosassone che americana. Inoltre mi piacerebbe sapere se e come, nelle tue scelte, hanno influito gli studi filosofici.

Nei primi anni 2000 mi trovavo matricola alla facoltà di filosofia dell’Orientale ed ex chitarrista metal, nel senso che mi ero ormai quasi deciso a non fare della musica una professione specialmente per resistenza e pigrizia nel completare la formazione chitarristica: arriva un momento in cui, quando le dita più o meno le muovi, ti senti dire a reti unificate da insegnanti, amici e colleghi che devi studiare jazz o fusion perché lì risiedono la maggiore complessità e completezza della musica moderna occidentale. Sarà pur vero ma non mi piaceva e soprattutto ci capivo poco o niente per cui la chitarra finii per toccarla sempre meno.

Parallelamente però, anche grazie agli studi universitari, iniziavo a interessarmi all’India e al mondo islamico e ad ascoltare qualsiasi musica “orientale” mi capitasse tra le mani: l’ascolto casuale di un disco di Ross Daly ha riacceso la miccia e un’altrettanto casuale conversazione col nostro conterraneo e grande musicista Osvaldo Costabile mi fece scoprire i seminari Labyrinth a Creta: nel 2006 mi sono procurato un oud più o meno suonabile e sono partito. Non troppi anni dopo ho conosciuto i membri dell’Ensemble Micrologus, tra i più longevi ed influenti gruppi di musica medievale e ho iniziato a collaborare con loro inaugurando di fatto la mia attività “professionale” e scoprendo l’amore per lo studio e la pratica dei repertori antichi. Non saprei dove mettere gli studi filosofici (non conclusi!) in questa costellazione. Sicuramente nella mia esperienza di insegnante quell’impostazione mi ha fatto riconoscere l’importanza di presentare le informazioni in maniera coerente ed organizzata e, da studente, di provare a pormi sempre le domande giuste.

Hai studiato e viaggiato in vari paesi e collaborato con molti musicisti. Questo ti ha sicuramente dato la possibilità di affinare tecniche e competenze musicali e di stabilire nuovi rapporti umani. Qual è la caratteristica rilevante di un metodo di insegnamento? In che modo un buon maestro interagisce con un allievo per predisporlo alla migliore comprensione e a maturare il meglio delle proprie potenzialità? Ci sono in questo senso persone a cui sei legato particolarmente e che reputi fondamentali nel tuo percorso artistico e umano?

Quando ho ricominciato a studiare musica mi sono sentito come uno che cerca di imparare una lingua straniera: ogni tradizione musicale è un linguaggio codificato con una sua grammatica, un suo vocabolario, una sua pronuncia e infine un suo pensiero. Vale per tutte le musiche, compreso il pop “globale” di stampo anglo-americano. Capita invece, specialmente negli approcci didattici europei, che la tecnica e la teoria siano presentati come universali svincolati da qualsiasi pratica, come cose buone per far tutto. Io credo che le musiche, come le lingue, al di là della base comune, siano fenomeni specifici e in certi casi estremi difficilmente sovrapponibili: un insegnante è un “parlante” specializzato che deve costruire la competenza dello studente in un linguaggio musicale che esiste indipendentemente dal singolo praticante e come tutti i linguaggi evolve, si modifica, si mischia, si sporca ma rimane un fenomeno culturale “oggettivo”.

Se un insegnante matura la consapevolezza di essere il tramite momentaneo di un sapere che è esistito prima, esisterà dopo ed esiste indipendentemente da lui sarà probabilmente un buon insegnante: se c’è una piccola “rivelazione” che la pratica di musiche cosiddette tradizionali mi ha regalato è questa. I miei incontri fondamentali sono stati tra gli altri Guido Schiraldi, il primo occidentale che ho conosciuto ad aver acquisito una grande padronanza di uno strumento e di  musiche orientali, il mio insegnante di Ud Yurdal Tokcan e Ross Daly. Chi non li conosce faccia un buon uso di google.

Con il passare degli anni sei diventato un polistrumentista. Immagino che questo aspetto sia fondamentale per un dialogo più efficace con gli altri musicisti e soprattutto per la tua ricerca di modalità espressive. Quanto rappresenta la musica nella tua vita e, se è possibile dirlo, cosa genera la musica che suoni nell’ascoltatore, che relazione o atmosfera si crea in una esibizione pubblica e quanto è più o meno necessario che il pubblico sia già cultore  di questa musica per godere di tutte le sue sfumature?

Ho ricevuto l’imprinting da grandi polistrumentisti della musica modale contemporanea (Ross Daly, Efrén Lopez, Evgenios Voulgaris ecc.) che erano e rimangono riferimenti fondamentali. Studiare più di uno strumento  di un linguaggio musicale extraeuropeo (o europeo antico) rappresenta per me da un lato lavorare sul terreno comune a tutte le tradizioni modali e a partire da questo comprenderne meglio le specificità, dall’altro, da “non nativo”, trovare dei modi per mescolarne gli elementi come, ad esempio, nella musica che compongo. Per me però ogni strumento veicola sempre la sua tecnica e il suo linguaggio specifici, non amo le operazioni “world” in cui cento strumenti vengono suonati allo stesso modo solo per buttare dentro qualche timbro esotico.
Non ho una percezione molto chiara dell’effetto che fa sentirmi suonare e forse preferisco non chiedermelo! In realtà mi capita di suonare cose molto diverse, dall’improvvisazione radicale alla polifonia medievale alla mia musica e quasi da subito ho deciso di non stare troppo sulla “piazza” della musica orientale. Non sono turco, non sono afghano, non ho l’ansia di appropriarmi della cultura degli altri indipendentemente da quanto ci ho sguazzato e quando suono i repertori tradizionali lo faccio a modo mio con amici e colleghi con cui ho condiviso un percorso di studio e pratica, come ad esempio Ciro Montanari e Christos Barbas, con la sola speranza di consegnare all’uditorio una bella serata e la curiosità di scoprire mondi nuovi. Non amo i purismi e amo ancora meno i puristi “acquisiti”. Mi piacciono le mescolanze e le cose spurie quando sono fatte con coscienza e sudore e finché si parla di suonare e comporre, divento un talebano invece riguardo l’insegnamento dei linguaggi tradizionali: lì bisogna sapere di cosa si parla.

 

A cura di Mauro Leone.

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