Vincenzo De Tommaso

Ho molti ricordi legati alla nostra amicizia: a partire da una giornata, al tempo del liceo, trascorsa in una cantinola a strimpellare le nostre chitarre (tu eri già bravo) a tutte le volte che ho seguito la tua band in giro per la provincia, dalle conversazioni notturne in qualche locale salernitano fino a quando con mio grande piacere mi hai coinvolto nel concerto storytelling “Sketchbook” per suonare dal vivo alcuni tuoi pezzi in versione acustica.  Insomma un legame prezioso che si arricchisce nel tempo. Oggi desidero invitarti a parlare di te in questo luogo che spero diventi altrettanto ricco di stimoli e sollecitazioni oltre che di confronto tra artisti con una grande esperienza e altri al loro debutto.

Sei cresciuto a Salerno creando vari progetti musicali fino a quello che è diventato un punto di riferimento per amici e appassionati dei generi musicali d’oltreoceano, la Travelin’ Band. Quale era allora la tua percezione dell’ambiente artistico in cui vivevi e suonavi ?

Ricordo che allora i ragazzi a Salerno si dividevano, soprattutto, in due ambienti: quello del ‘centro della città’ e quello della ‘zona orientale’. Io sono nato e cresciuto a Pastena e ho voluto rimanere nella zona orientale anche durante il periodo del liceo, quando i miei mi spingevano a frequentare le scuole del centro. Fu una scelta mia! Per cui la mia gioventù l’ho trascorsa essenzialmente nel mio quartiere  (siamo nella seconda metà degli anni ‘80), un posto caratterizzato da una certa anarchia urbanistica, più simile a Manchester che a un posto di mare spettacolare, con una grossa fabbrica fumante e la costiera amalfitana sempre sullo sfondo. Fino al liceo gli stimoli culturali non erano stati poi tanti, ma in casa ascoltavo musica dalla mattina alla sera. Mio padre era il fortunato proprietario di un magnifico impianto stereo e da lì ho iniziato ad assorbire tanta musica. Mia madre voleva che imparassi uno strumento, forse voleva tenermi lontano dalla strada, e dopo un tentativo con la musica classica iniziai a strimpellare qualche canzone da solo.

Ho avuto realmente la percezione dell’ambiente artistico salernitano solo quando mi sono imbattuto nel Mumble Rumble. All’inizio prendevo solo qualche lezione dal maestro Peppe Zinicola, poi coinvolsi Raffaello Dell’Anna, un amico d’infanzia con il quale non c’eravamo mai persi dopo gli anni della scuola. Presto iniziò a diventare casa nostra. Il Mumble viveva una stagione elettrizzante in quegli anni. I ragazzi che lo avevano fondato erano diventati “grandi” per davvero. C’era gente che suonava da dio. Dario Deidda, Amedeo e Gino Ariano, Peppe Zinicola,  oltre a Gianni Ventre e Gianni Mutarelli poi scomparsi, ma potrei citartene altri mille. Crescevamo all’ombra di questi talenti, intanto cercavamo di capire cosa ci piaceva suonare. Dopo alcune esperienze musicali ci trovammo una sera a casa di Raffaello (Lello per gli amici salernitani) per ascoltare musica e quasi sempre si finiva per ascoltare Springsteen. Ci venne in mente di mettere su una band, l’avremmo chiamata Travelin’ Band, come un brano di John Fogerty, leader dei Creedence Clearwater Revival. Il nome è la sintesi perfetta di ciò che ci piaceva fare. Ascoltare rock’n’roll tutto il tempo, insieme a una buona dose di vagabondaggio.

C’era la possibilità di confrontarsi con chi aveva più esperienza e esistevano movimenti o associazioni che favorivano progetti e continuità di proposte con contenuti di qualità ?

Il Mumble era un’esperienza nuova, stimolante, vitale e travolgente per noi sbarbati. Ci si confrontava e ci si “scontrava”. Rocker vs. Metallari, Blues vs. Jazz. Eravamo dei puristi e col senno di poi era una grande stronzata, ma era un modo per appartenere a un gruppo. Noi naturalmente stavamo con i bluesman! E’ stato un periodo fico anche perchè a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 ci fu un fiorire di locali per la musica dal vivo e si suonava parecchio. C’erano tante proposte. Si andava a vedere altri gruppi suonare, loro ricambiavano. Le idee circolavano. Prendeva forma una “scena”.

Cosa ti colpisce particolarmente quando torni nella tua terra di origine e se ci sono, quali i pregi e quali gli aspetti negativi dei cambiamenti che percepisci ?

A Salerno torno poco, forse troppo poco per poter dire cosa succede in città a livello artistico. Tuttavia ho suonato dal vivo per due concerti a Cava e a Bellizzi un paio di anni fa e mi ricordo un pubblico appassionato, partecipe e competente. Meglio che a Milano!

Facendo un discorso generale trovo che al sud ci sia molta fame di musica e paradossalmente c’è più spazio per fare emergere i talenti. A Milano siamo abituati bene, certe sere ci possono essere 2-3 concerti grossi in contemporanea e una miriade di altri eventi. È più difficile per chi vuole emergere, ma a parte i fenomeni “liquidi”, tipo la trap e le mode passeggere, c’è tanta gente che ci prova. Il livello dei musicisti comunque è alto, la competizione si vince sulla qualità dei progetti anche se l’industria fa marketing anche se non c’è contenuto.

Da anni vivi a Milano dove, oltre a lavorare, hai formato i My Sunday Spleen, rock band in cui canti i tuoi pezzi e suoni la chitarra. All’inizio del 2017 è uscito “Before”, il tuo primo disco, e al momento lavori al secondo. Parlami di tutto ció che è intorno alla tua musica.

Quando arrivai a Milano per stabilirmici ero libero, ma ero solo; parliamo di 16 anni fa. Credo che i My Sunday Spleen nascano da questa “distanza”.  My Sunday Spleen è “un giorno lontani da casa”. Questo è il sentimento che pervade la musica di questa band. Puoi sentirlo nell’EP “Your Soul is Sliding Away an Inch From the River” e nel disco, “Before” uscito un paio di anni fa.  (https://soundcloud.com/my-sunday-spleen)

Intorno a questa passione c’è desiderio di connessione con gli altri, dell’immancabile narcisismo (da quando sono nato sono sempre su un palcoscenico, qualche motivo ci sarà), un velo di malinconia che è una parte del mio carattere.  La musica per me è uno stile di vita. Da sempre è uno stimolo pazzesco che mi ha aperto la porta verso innumerevoli esperienze. Dieci anni fa avrei potuto smettere o trasformarla in una semplice passione. Proprio in quel momento ho capito che la musica è la mia strada e io sono in cammino.

Come componi e su cosa si concentra la tua scrittura ?

La domenica di solito c’è lo spleen giusto. Non ho regole precise, ma mi sono dato l’obiettivo di scrivere almeno una canzone al mese. La creazione come un lavoro, qualcosa da fare anche in mancanza di particolari motivi d’ispirazione. Capisci cosa intendo? Da cosa nasce cosa.

Compongo con una delle mie sei corde e non faccio uso di software anche se dovrei ma quando arrivo in studio, farfugliando un testo in inglese, ho già l’arrangiamento in testa. In genere tendo a scrivere prima la musica: un riff, un giro armonico, un bel ritmo o una melodia. Ecco, la melodia è tutto, se quella funziona è fatta! Nei periodi di maggiore ispirazione le melodie nascono mentre sono in auto, sull’autobus, quando corro al parco o mi trovo a letto. Per cui tengo sempre il mio iPhone a portata di mano per gli appunti sonori o per le liriche. In genere cerco di avere due melodie principali ben definite, per la strofa e il chorus, quindi lavoro sulle transizioni e sulle modulazioni.

Come funzionano le dinamiche di gruppo e quanto è ancora fondamentale il live e il rapporto con il pubblico ?

Due anni fa c’è stato un avvicendamento tra il nostro precedente batterista, Walter Mammoliti e Paola Bertozzi. E’ stato un momento molto faticoso per me ed Armando (il bassista della band), avevamo appena finito di registrare “Before” e stavamo sforzandoci per promuoverlo. Quella è stata una brutta tegola.

Con Paola è cambiato il modo di lavorare nella band. C’è una bella atmosfera all’interno della band, che va oltre la comunione d’intento. La chiamerei fratellanza.

Siamo tutti piu’ invogliati a essere propositivi. Lavoriamo molto piu’ in studio che a casa e questo rende i nuovi brani piu’ diretti. Sarà bello suonarli dal vivo, che poi è la cosa che ci piace fare di più in assoluto. Gli ultimi live sono stati entusiasmanti. Il rapporto con il pubblico è fondamentale per una band “emotiva” come la nostra. Quando suoniamo vedo finalmente tutti felici.

Conoscendoti so di quanti stimoli e curiosità si nutre ogni tua giornata: la famiglia, tuo figlio, il lavoro, i viaggi e la musica. Sei molto interessato alle relazioni umane, a conservare quelle importanti e a cercarne sempre di nuove. Qual è il tuo modo di entrare in relazione con gli altri, quando e quanto si riesce a entrare in sintonia o a porre le basi per un rapporto basato sul rispetto e l’ascolto di punti di vista spesso divergenti.

Sì, in effetti le motivazioni sono un vero casino. Per fortuna ho una moglie e un figlio che mi tengono sempre bello sveglio ma anche un lavoro molto stimolante nella comunicazione e molti interessi culturali. Sono stati anni molto densi di impegni questi, ma anche di soddisfazioni, perché sono passato attraverso la fatica e le delusioni, ma poi tutto è iniziato a filare liscio. Oggi posso dire che questa consapevolezza e questo equilibrio si riflettono sulle relazioni con gli altri. Semplicemente cerco di essere me stesso, se per caso non rispondo a quello che ti aspettavi mi dispiace, ma ciò che mi interessa è essere onesto.

Se amo una persona, la ammiro, perché mi stimola, perché mi da qualcosa. Non c’è più spazio per le persone negative, quelle che ti succhiano le energie. Quelle che prendono solo. Come diceva Pasolini: “T’insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece.”

Qual è oggi la paura e il pregiudizio piú grande delle persone che frequenti?

Uff! Ma è un’intervista o una seduta dal mio psicanalista? La gente ha paura delle cose che non conosce. È diffidente rispetto a ciò che è misterioso. E ciò che è misterioso è magico. Così perdono l’occasione di aprirsi alla meraviglia e costruiscono la loro prigione. È come la situazione del carcerato che non vuole uscire di prigione perché ha paura del mondo, perché qualcuno o qualcosa lo ha deluso. Significa che non ha mai affrontato davvero i suoi demoni. Su questo concetto ci stiamo scrivendo anche un nuovo brano. Trovo che la violenza di certe posizioni sui social sia frutto di questa paura. Non sarà la distanza a proteggerci dai conflitti. L’arroccamento e la mancanza di fiducia scatena guerre.

 

A cura di Mauro Leone

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