Marcello Tedesco

Molti anni fa ci siamo ritrovati su una vasta e soleggiata spiaggia a ridosso dei Templi  di Paestum. In  quel  periodo  eri  impegnato  nella  lavorazione di un film e da lì prendemmo spunto per una lunga conversazione. Ci incontriamo oggi in un contesto diverso: di recente le tue nuove sculture sono state esposte a Milano in una interessante mostra intitolata “Megaloschemos” di cui riportiamo qui tre opere.

La forma della discontinuità, 2018, tondino di ferro incandescente.

Vorrei riprendere la nostra conversazione da una tua frase di allora che mi sembrò rivelare una necessità molto forte: “Il giorno è vuoto, da qui il bisogno di riempirlo con un’immagine”. Se questa affermazione rimane attuale come si è modificata nel tempo la tua ricerca di un’immagine al giorno?

Oggi direi piuttosto che l’attività principale del mio lavoro è creare la condizione affinché nel giorno sia presente il vuoto. Questo è per me lo stato propizio al lavoro artistico. Ovvero quando cessa la discorsività legata alla cultura, alla contingenza, al bisogno. Un esempio potrebbe essere quello di qualcuno che in modo ostinato fissa il buio fino ad abituare gli occhi a distinguere cose che prima non erano visibili, e quindi conoscibili. Oggi quindi il vero lavoro artistico è per me legato a creare una determinata condizione esistenziale piuttosto che produrre delle immagini.

La lingua che scolpisce, 2018, salgemma rosa.

Guardando “La lingua che scolpisce” ho pensato a uno scritto di Roger Caillois. In “Ricorrenze nascoste” Caillois scrive “l’immaginazione non è nulla più che un prolungamento della materia”. Poco più avanti aggiunge “Mi sono arrischiato a collegare le pietre alle favole. A un capo una fissità eterna, impassibile, cieca; all’altro, tutto si ritrova senza peso, né forma, né volume, estenuato, divenuto inestricabile roveto o nubi fugaci, che senza posa si dissipano e senza posa si ricompongono”. Possiamo parlare di una fisiologia della materia?

Il concetto di materia risente moltissimo delle contingenze culturali che lo valutano. Un americano e un indiano vedono la materia in modo completamente diverso, così come uno scienziato o un religioso hanno esperienze diametralmente opposte sulla medesima cosa. Ognuno di essi avendo un approccio culturale differente rimane necessariamente legato al proprio punto di vista parziale. Io come scultore ho imparato a trattare il pensiero come fosse materia. Anzi direi che la vera scultura che pratico è quella legata allo scolpire il pensiero, il manufatto in senso stretto è solo l’estrinsecazione di tale attività. Concepire il pensiero (naturalmente non mi riferisco a quello dialettico/discorsivo) come materia porta a considerare quest’ultima come qualcosa d’immateriale, vitale, dinamica e in continuo mutamento. Inafferrabile alla mono dimensionalità dei codici culturali. In tale senso è sicuramente possibile una fisiologia della materia.

Megaloschemos, 2018, lastre di cloruro di calcio.

Qui riprendo un saggio di Anselm Kiefer “L’arte sopravvivrà alle proprie ceneri”. Ecco il passaggio: “Soltanto nell’arte ho fede. Non riuscirei a vivere senza poesie e senza quadri, non solo perché non so fare nient’altro, perché non ho imparato nient’altro, ma per ragioni quasi ontologiche. Perché diffido della realtà, pur sapendo che, a modo loro, anche le opere d’arte sono un’illusione”. Detto ciò aggiungo: non è rischioso diffidare della realtà? L’arte non è forse il luogo dove  quelli che chiamiamo sentimenti trovano una dimensione reale, dove lo scarto, la misura tra l’atto creativo e la compiutezza dell’opera (che comunque pare essere sempre parziale) rende visibile un sentimento, e in cui tutto ciò che in questo processo viene perso o modificato si rivela nella sua dispersione?

Personalmente l’unica cosa in cui ho fede è la realtà e considero l’arte come parte ed essenza di questa realtà. Non vedo come si possa scinderle senza depotenziarle entrambe. La realtà è uno dei modi di chiamare ciò che sfugge all’uomo, è un enigma che costantemente chiede di essere risolto, è un invito ad immergersi in quel buio di cui parlavo prima. Buio che se guardato abbastanza a lungo permette di conoscere cose di cui si ignorava l’esistenza. Questa è l’essenza dell’atto creativo, il lavoro sul linguaggio, sul pensiero e sulla forma, il nodo sul quale verge tutta la mia concentrazione. È nel rapporto con questo inconoscibile, che pur mostrandosi si sottrae, dove la mia idea di scultura si radica. Mi viene in mente una sentenza di Eraclito che dice: chi non spera l’insperato non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca e a esso non conduce nessuna via. Un’opera d’arte autentica è un ricapitolare in un gesto la totalità di ciò che esiste, ed aiuta l’uomo ad armonizzarsi con questo inconoscibile che è in lui e che proietta continuamente intorno a sé. È qualcosa di veramente grande quando avviene.

 

A cura di Mauro Leone

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